4 giorni nell’isola

Iniziò tutto così:
era lunedì mattina e il telefono squillò, un uomo di grossa corporatura rispose alla chiamata, dall’ altro capo del telefono si sentì una voce femminile, che chiese “Padre, so che andrete a Yule Island, non è che ci sarebbe posto per alcuni dei nostri ragazzi?” E il Padre rispose “Sì, nessun problema Sister”, “Bene, quando partite?” il padre guardò l’ orologio e vide che erano quasi le dieci e con molta calma disse “Adesso”. La Sister ringraziò e, messo giù il telefono, corse giù dalle scale, radunò i ragazzi e disse “ Padre John Paul ha detto che vi porta con lui a Yule Island , chi vuole andare si sbrighi a prepararsi, che tra dieci minuti partiamo”, subito una decina di quei ragazzi si alzarono e iniziarono a prepararsi per partire. Mezz’ ora dopo erano tutti e dieci eccitati e impazienti davanti alla casa del padre che aspettavano di partire; tra quei dieci ragazzi c’ero anch’ io, che me ne andavo, unico bianco, con i ragazzi papuani in un’ isola del pacifico per quattro giorni.

Quest’ isola si chiama Yule Island e ha due particolarità uniche in Papua Nuova Guinea, la prima è che c’è l’unica spiaggia con la sabbia bianca e l’altra è il fatto che lì sono sbarcati i primi missionari 134 anni fa, da dove è iniziata l’espansione della fede cristiana in tutto il paese; questi missionari sbarcati il 4 luglio 1885 sono morti martiri (alcuni mangiati dalla gente del posto) ed ogni anno le parrocchie della diocesi organizzano lì un pellegrinaggio per i giovani.

Per arrivare a quest’ isola dalla casa di padre John Paul, abbiamo dovuto viaggiare un’ ora e mezza in PMV (Pubblic Motor Vehicle) e un’altra ora in barca in mare aperto, compressi per starci tutti. Per dormire non avevamo tende perciò abbiamo messo un telo (5×2 m) e abbiamo dormito lì tutti undici; ogni sera, sapendo che avrebbe fatto freddo durante la notte, cercavamo di aggiudicarci le due coperte che avevamo, le quattro felpe e lo zaino più soffice come cuscino, chi non riusciva a prender le coperte si copriva con le reti per le zanzare, o come nel mio caso la prima notte ho usato il mio asciugamano per coprirmi. Per fortuna il tempo è stato clemente, risparmiandoci gli inconvenienti della pioggia.

Come cibo, il gruppo di Inauaia con cui eravamo, ne aveva abbastanza, perciò cucinava anche per noi; a colazione the e certe volte riso, a pranzo riso, banane cotte e se c’erano noodles, a cena riso, banane cotte e pesce, certe volte è successo di aver saltato un pasto. Ogni mattina verso le nove e ogni sera verso le quattro andavamo a lavarci e siccome c’eravamo dimenticati il sapone, ci lavavamo nel mare e poi, per rimuovere il sale dalla pelle andavamo in un posto vicino dove c’era una risorgiva da cui veniva fuori acqua dolce e lì ci risciacquavamo; abbiamo usato l’acqua della risorgiva anche per bere.
Fin dal principio, tutte le persone mi guardavano con curiosità e stupore, e venivano spesso a chiedere di me ai ragazzi con cui stavo; il fatto che vivessi come loro, mangiassi il loro cibo, dormissi fuori con e come loro, bevessi la stessa acqua, capissi e parlassi la loro lingua, condividessimo e ci scambiassimo i vestiti, ha molto sorpreso tutte le persone; questo fatto all’inizio, dato che già io di mio sono timido, mi dava fastidio e mi vergognavo, poi non ci ho fatto più caso, e sinceramente adesso mi vergogno molto meno ad andare in giro o in posti dove la mia presenza desta tanta curiosità.
Normalmente la giornata iniziava alle sei quando un gruppo, al nostro è toccato il martedì, guidava la preghiera fino alle sette, ma non una preghiera noiosa, ci mettevamo tutti girati verso la chiesa, formando un semicerchio e cantavamo; dalle sette alle otto c’era la colazione, durante quel tempo certe volte annunciavano cosa si sarebbe fatto durante la giornata; dalle otto alle dieci c’era il tempo per lavarsi e prepararsi alla Messa.

Ogni giorno un gruppo diverso la animava con canti e balli, ed anche noi mercoledì abbiamo aiutato a cantare; la Messa era bella e partecipata, era bello esserci. Quando la Messa finiva avevamo il tempo di mangiare, poi verso le due i sacerdoti e catechisti davano delle catechesi: sia riguardo la nostra vocazione e fede, sia riguardo ai problemi dei giovani, come dipendenze da alcol e droghe, abusi e difficoltà in famiglia. Questi input venivano intervallati dalle danze preparate dalle diverse parrocchie, non sempre danze tradizionali, ma sempre tutte vivaci e colorate. Nel pomeriggio c’era anche il tempo di andare un po’ in giro per vedere il posto: semplicemente sedersi al ponte, guardare all’orizzonte sul mare, talvolta in silenzio, talvolta a parlare con nuovi amici conosciuti alla preghiera e alle attività della giornata. Dopo la cena, le diverse parrocchie facevano una piccola recita, o con un significato cristiano o raccontando una storia della Bibbia, o facevamo la preghiera carismatica o semplicemente si suonava e cantava insieme; straordinario è stato il lunedì notte con confessioni e adorazione fino al mattino: è stato toccante vederci tutti insieme a lodare il Signore, i canti poi aiutavano a pregare.

A livello personale è stata un esperienza intensa e bellissima che mi ha cambiato, stando lì sentivo come se fossimo tutti veramente fratelli e sorelle, specialmente con il gruppo di questi dieci ragazzi, che già conoscevo, ma anche con tutte le altre persone che magari non conoscevo prima, con i ragazzi ci è voluto un attimo, con le ragazze un po’ di più ma dopo i primi due giorni salutavo nella loro lingua tutti quelli che incontravo, erano tutti un po’ stupiti a sentirmi parlare nella loro lingua; in questi giorni ho sentito la presenza di Dio, non mi sentivo mai solo, anche per questo non mi vergognavo più ad andare in giro o a salutare le persone, la Sua presenza la sento ancora adesso quando sto con i miei amici papuani, anche se da quest’ anno non li sento più come semplici amici ma come veri e propri fratelli, e questa esperienza ha rafforzato sia me, ma anche questo forte rapporto tra noi ragazzi.

Anche gli altri dieci ragazzi che erano con me si sono divertiti un sacco, hanno fatto nuovi amici e alcuni di loro hanno anche recitato con la parrocchia con cui eravamo, anche loro hanno sentito la Sua presenza durante la preghiera, specialmente quella carismatica e l’adorazione, uno di loro specialmente ha condiviso con noi di essere tornato dal pellegrinaggio con la determinazione di cambiare e le parole ascoltate lì gli hanno dato nuova forza per fare questo cambiamento. Come ho detto prima, quando sono con loro non mi sento solo, e mi sento sempre aiutato quando faccio la volontà di Dio; anche adesso che ho scritto questo, mi sono sentito aiutato, io da solo non sarei mai riuscito a scrivere queste cose con così tanta facilità. Non ringraziatemi per quello che ho scritto o fatto, ringraziate Dio perché mi ha dato la possibilità e la forza di farlo.
Paolo Vendramin