Ciao Amici!

di Gemma Martini

Ciao a tutti cari, vi scrivo questo messaggio in un momento di grande e profonda nostalgia. Quando mi chiedono come sia la Papua Nuova Guinea, veramente non trovo le parole. Ho timore che lo spessore delle mie emozioni si immiserisca cercando di spiegarlo a parole, forse è per questo che ho atteso così tanto prima di spedirvi questa lettera.

Ogni pensiero rivolto all’esperienza mi porta in un altro mondo, non c’è giorno che passi che non pensi agli abbracci di Christine, alle lezioni con la classe Father Anthony, alle carissime teachers e alla vita con tutti voi in comunità.

Dall’istante in cui ho messo piede in comunità, fino all’ultimo tocco, mi sono sentita sempre a casa, protetta e amata incondizionatamente, senza chiederlo. Nella comunità c’era amore, un amore che nessuno supplicava di avere, un amore che usciva semplicemente e spontaneamente da ognuno di noi, come se avessimo da sempre un grande deposito che qui è difficile da aprire e donare ma che in Papua si spalancava senza nemmeno farsi sentire. Gli abbracci delle bambine e gli sguardi fuggitivi dei bambini più timidi, le mani che si incrociavano e i risvegli vivaci, tutto mi sembrava oro e avevo paura di non saperlo gustare abbastanza prima di tornare a casa.

Una cosa su cui ho riflettuto e che mi ha reso ancora più difficile il ritorno in Italia è il fatto che ogni giorno a casa sono inondata di cose nuove, belle, trucchi, profumi, specchi… ma quante volte mi capita di avere una brutta giornata? Quante volte sto male per cose futili? Quante volte sono nervosa? In Papua invece, con nulla, stavo sempre bene, sentivo di essere nel mio posto, nel posto giusto.

Vivere in comunità significa sorridere, anche quando si ha meno voglia, significa confrontarsi e mettersi in discussione, significa imparare, cambiare atteggiamenti e pensieri, significa tirare fuori il coraggio.

Sono partita perché sentivo il bisogno di cambiare profondamente la mia vita, sentivo il bisogno di capire quale fosse il mio posto nel mondo e cosa effettivamente mi rendesse felice. Questo viaggio infatti è stato una grande boccata d’aria, mi ha veramente permesso di scavarmi dentro, di ripescare la gioia della vita, di celebrare la vita.

Vivere con voi mi ha permesso di trovare tutto il coraggio e la forza che non sapevo essere dentro di me, mi ha permesso di ricominciare a respirare e trovare un senso profondo a tutto. In Papua ho imparato a spogliarmi di tutti i pensieri, di tutti i pregiudizi e di tutte le cose futili, ho imparato che solo senza niente posso veramente capire chi sono io e chi sono realmente gli altri.

Ricordo ancora cosa mi disse Emanuela alla prima telefonata ‘il viaggio in Papua sarà un’esperienza di vita, un’esperienza spirituale’. Proprio così è stato il mio viaggio, un percorso di maturazione, un percorso non semplice ma vivo, sempre vivo e forte.

Non dimenticherò mai il momento in cui arrivammo, quando scesi dalla macchina mi ritrovai in mezzo a tantissimi bambini sorridenti e pieni di vita che da subito mi fecero entrare nelle loro storie. Non dimenticherò mai la prima notte piena di rumori nuovi e aria diversa. Non dimenticherò i momenti di preghiera e di comunità con le Sisters che fin da subito mi fecero sentire parte di una grande famiglia. Non dimenticherò le teachers, specialmente Deborah e Bernadette che furono una guida dolce e premurosa durante tutto il mese.

Non dimenticherò mai l’inno energico prima di iniziare le lezioni, le canzoni e le danze, fino allo sfinimento. Non dimenticherò i bambini della Father Anthony (grade 1), speciali, che fin dal primo mattino mi vollero bene,

soffocandomi di baci e abbracci, chiamandomi come se fossi da sempre una di loro. Non dimenticherò le prove di musica, tutti insieme, gli occhi stupiti e il sorriso sempre impresso. Non dimenticherò i viaggi in macchina con Allen, le caramelle speciali e tutti quei nuovi sapori che ho così impressi dentro di me. La gita al Parco e il viaggio in pmv, ancora ricordo con nitidezza il padre con il figlio in bicicletta che mi salutavano da lontano mentre noi ci allontanavamo, ricordo anche il buio della sera e le palafitte illuminate da un solo fuoco.

Ricordo l’ultimo giorno come fosse ieri, Doralyn Roddy e Michael Paru che rimasero con me finché non diventó buio.

Ricordo con amarezza anche tutte le atrocità della vita, l’ingenuità, la droga e le malattie che a poco a poco mangiano le persone, l’ignoranza e la sottomissione che non permettono la crescita e il diritto ad una vita sana e dignitosa. I bambini scalzi, abbandonati nelle strade, senza nulla se non un grande coltello con cui proteggersi e procurarsi da mangiare, tanta indifferenza e povertà, una povertà estrema, a loro non mancava l’ultimo vestito firmato o l’ultimo telefono uscito, a loro mancava da mangiare, mancava una casa accogliente in cui dormire, una cucina, un tavolo, un bagno, dei vestiti puliti, cure mediche… E paradossalmente, proprio in tutta questa povertà io ho visto cose molto più preziose di quelle che possiamo avere noi.

I bambini non avevano bisogno di giochi sempre più all’avanguardia, a loro bastava uno sguardo o un abbraccio che facesse capir loro che non erano soli. Ogni bambino e adulto ha lasciato dentro di me sguardi e occhi che qua non trovo, io mi sono impegnata ma non sarei mai riuscita a dare quello che ho ricevuto.

Sento dentro un fuoco forte e sto ancora capendo come mantenerlo vivo, senza soffocarlo, senza che il frenetismo metta a tacere tutto quello che ho imparato con voi.

Ogni giorno guardo le nostre foto e provo ogni minima sensazione come fosse ieri: la visita agli Inaui, Waima, Mou, gli incontri e le feste di compleanno.

Le parole non sono mai abbastanza ma vi penso in ogni momento e in ogni scelta. Sono contenta di aiutarvi a distanza.

Un abbraccio infinito. Mi mancate tanto, salutatemi tutti, prego per voi.

Torna su