Luglio 2016: Bianca

La Papua. Ho lasciato un pezzo del mio cuore lì. E anche se con il corpo sono qui, la maggior parte del tempo sono là con la testa e con il cuore.
La mia esperienza in Papua è stata solo di un mese,purtroppo, ma è stato abbastanza tempo per affezionarsi alle persone che vivono lì.
È abbastanza indescrivibile: bisogna viverla l’esperienza se si vogliono capire a fondo le emozioni e i sentimenti.
Mi hanno proposto di andare in Papua quasi per caso, ma appena me ne hanno parlato, senza sapere bene di cosa si trattasse, ho sentito dentro di me un grandissimo ‘si’.
In Papua la vita non è semplice, le donne non hanno voce in capitolo, sono usate e sfruttate; i bambini vengono picchiati fin da piccoli per ogni minimo sbaglio e quando crescono, fanno lo stesso, convinti che sia giusto così.
A scuola, infatti, i bimbi sono difficili da gestire, ma  anche molto contenti di essere lì e di avere la possibilità di imparare. Sono così contenti che tornano anche il pomeriggio per giocare fuori dalla casa delle Sisters: trovano una specie di rifugio, un posto dove sono coccolati, e per quanto si può, anche nutriti.
La presenza di droga è spaventosa. Tutti usano questa betel nut, un miscuglio che crea una reazione che corrode la bocca, ma non fa sentire la fame.
È un altra realtà, difficile da comprendere per un occidentale.
Qui in occidente ho trovato persone che hanno molto e non danno nulla; mentre in Papua hanno davvero poco, ma le persone che abbiamo incontrato ci hanno sempre offerto qualcosa dai loro orti o dalle loro piante.
Non è semplice spiegare in poche righe tutto quello che abbiamo passato in un mese, ma se potessi tornarci, partirei anche ora.

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