Un mese di Papua

di Nicolò Favotto

13 gennaio: è un mese preciso che sono qui come volontario nella Missione Cavanis in Papua New Guinea, in Oceania (Melanesia precisamente). E’ passato solo un mese ma sembra passato incredibilmente di più: qui il tempo assume una percezione completamente diversa rispetto a quella a cui sono abituato. Le giornate sembrano passare più lente, il sole tramontare più tardi, l’aria si riempie di libellule e poi come se niente fosse durante la cena diventa buio senza accorgersene nemmeno e l’aria già afosa di per sè si riempie di nuovo, ma di zanzare.

Capita allora di ripensare alla giornata ed ecco che tornano alla mente tutte e quante le cose fatte nelle ore diurne, dalla messa mattutina delle sette e mezza al rosario serale delle cinque e un quarto. Ognuno, nel mezzo, fa il suo e anche chi, per una qualunque ragione, non può far molto comunque fa la sua parte, la quale basta e avanza. Insomma: un po’ come in una famiglia.

Credo non sia semplice dare una definizione adatta soprattutto a far passare l’aspetto emotivo al lavoro e alla vita in questa missione, in questa oasi in mezzo alle radure erbose, le savane, le fitte foreste pluviali, le piantagioni di cocchi e banani della Papua Nuova Guinea. Credo quella più adatta a descrivere i sentimenti e i rapporti di questo centro che si occupa costantemente dell’accoglienza e/o l’istruzione di bambini provenienti da contesti difficili (violenze domestiche, abbandoni, abusi, mancanza di cure) e ragazzi adulti i quali cercano di riscattarsi da dipendenze di ogni genere, violenze, lutti – numerosissimi – e assenza di prospettive future) sia la parola famiglia.

Si offrono mansioni e impieghi a numerose donne le quali lavorano e aiutano nel centro al pari degli uomini. Sì, famiglia: un luogo organizzato dove si opera assieme secondo le proprie capacità per il bene non di uno solo ma di tutti. In questa famiglia si ha l’impressione di compiere un viaggio assieme ed infatti il vero viaggio comincia solo quando scendi dall’aereo a Port Moresby e sballottato dal clima, dalla stanchezza e dalle mille novità ti fai tre ore di furgone attraverso l’Highway Road per raggiungere completamente assonnato e privo di diversi neuroni Bereina Station: uno sperduto centro amministrativo nel bel mezzo della Central Province, una cittadina (cittadina?!) a capo del distetto del Kairuku Hiri. Il territorio dei Roro, dei Nara e dei Mekeo e abitato da circa 20.000 individui sparpagliati nei numerosi villaggi di lamiera e bamboo che si estendono dalla costa oceanica all’entroterra, in mezzo ai fiumi Angabunga e Inawafunga arrivando fino ai piedi dell’Owen Stanley Range. L’intera Provincia conta attorno alle 260.000 persone.

A questo punto comincia l’avventura comunitaria. Giovani e uomini (interessante la domanda sul cosa qui sia un giovane e sul cosa qui sia un uomo) giungono dai villaggi circostanti come Paikua, Hihive o To’orena (orbitanti attorno alla Station) per aiutare nella missione. Si lavora assieme e i lavori sono molti: costruire un refettorio per i ragazzi più giovani, sistemare una scala, ordinare una sala attrezzi, trovare e spaccare legna per la cucina, sistemare una clinica. Le sisters chiedono a qualche donna o ragazzo di dare una mano nell’orto: un silenzioso assolatissimo pezzo di terra ustionante chiamato dai locali “the garden” a circa 500 m dal centro donato da alcuni amici del posto. Ci cresce un po’ di tutto sotto l’attenta direzione delle sisters responsabili le quali alle volte chiedono ad ogni anima presente al centro di lasciare i propri mestieri per venire ad annaffiare tutti assieme insalate, strappare erbacce, tagliare banane, produrre supporti per cetrioli e pomodori.

Ovviamente si mangia: ben tre aree del centro sono destinate al pranzo e alla cena ma per mangiare qualcuno deve cucinare. Da metà mattina in poi la cucina e i dintorni brulicano di vita tanto quanto un refettorio in via di costruzione. Poco distante c’è sempre qualcuno a controllare che ci sia abbastanza pane nei contenitori di plastica oppure se sia il caso di infornarne di nuovo nella nostra panetteria. Alle volte qualcuno dal villaggio porta un ananas, una papaya oppure un casco di banane per gentilezza. Grazie anche a donazioni ed invii dall’Italia ogni giorno riusciamo a mangiare tutti e anche i piatti più impensabili come le banane fritte oppure bollite e il “frutto del pane”. Se qualcuno poi ha i gusti un po’ difficili è sempre possibile acquistare un wallaby lungo le bancarelle dell’Hiritano Road (Highway Road) poco distanti.

Tutti vogliono partecipare alla vita di questa comunità ormai in profonda via di integrazione con l’ambiente locale. Si partecipa tutti, come in una famiglia, al bene comune e il bene di tutti (questo punto va ribadito più volte) e il bene del singolo il quale viene per aiutare e farsi aiutare. Nessuno è obbligato e nessuno è costretto: quello che troverete dopo tre ore di macchina da Port Moresby non è il prodotto di un esperimento coloniale stile XIX secolo. La comunità Cavanis Gesù Buon Pastore in Papua Nuova Guinea si regge infatti sull’esempio concreto, la testimonianza, la collaborazione dei fratelli e delle sorelle che vivono nel centro e di tutti coloro che vi abitano attorno e non tanto sull’aiuto delle istituzioni statali (non particolarmente presenti a Bereina) ma sull’aiuto della gente del posto, della Chiesa locale e di chiunque in Italia e nel mondo partecipi con aiuti e contributi.

La missione prova a dare un esempio di relazione ed è un centro della quotidianità: numerose persone vengono ogni giorno per ricevere visite dalla clinica e aiuti in alimenti e medicinali gratuiti, ricevendo anche istruzioni sull’uso consapevole dei farmaci. Si ospitano bambini malati trovati magari in qualche villaggio. Il centro vende anche materiali a basso prezzo per necessità impellenti: un esempio è la costruzione di bare in un territorio dove i lutti sono molto frequenti. La domenica mattina numerose anziane si ritrovano proprio al centro missione per incontrarsi e le sere in cui viene proiettato un film accorrono sempre numerosi anche persone che comunemente non orbitano attorno al centro.

La missione è parte integrante della vita del posto, almeno in parte e a detta di coloro che ci lavorano da sempre molti sono stati i cambiamenti e i passi avanti. La missione è diventata metafora ed espressione di un mondo e una cultura papuana (Roro, in questo caso) sempre in movimento e mai statica sempre in grado di recepire novità e cambiamenti sapendoli integrare nella vita di tutti i giorni, a volte lentamente e non senza conseguenze (l’arrivo del telefono sembra, a detta loro, averne avute numerose). La missione cerca per l’appunto anche di mediare tra un mondo tecnologico fino a poco prima in parte assente e gli abitanti del distretto in particolare di Bereina (le aree attorno circostanti risentono ancora della lontananza dalla grande via di comunicazione stradale e la globalizzazione tecnologica non imperversa ancora del tutto nei loro villaggi). Si tratta di un mondo quindi molto più complesso, profondo e culturalmente vivace dei copricapi piumati e i volti dipinti che siamo abituati a vedere in foto, da casa.

Ora, con la fine della stagione secca finiscono le vacanze natalizie e la scuola riprende sul cominciare della stagione delle piogge. Il periodo festivo sta per finire e le persone del centro Cavanis stanno per rientrare nell’ordinario con una nuova routine.

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