Visita a Babiko

di Nicolò Favotto

Il 15 gennaio abbiamo approfittato del ritorno del Dottor Gianni e di sua moglie per compiere una visita presso il vilaggio di Babiko, a circa 10 km da Bereina nella riva destra del fiume Angabunga, e dare la possibilità ai vilaggiani di prestarsi a delle cure e a dei controlli medici. In realta presso il villaggio dovrebbe essere presente un infermiere ogni due settimane per il quale è stata costruita una clinica e una piccola abitazione: nonostante questo diritto il villaggio non riceve visita di un addetto sanitario da moltissimi anni. L`arrivo del dottore è stata sicuramente una grande novità per loro e il fatto è stato dimostrato dalle numerosissime persone accorse per un tale avvenimento.

Prima però al villaggio abbiamo dovuto arrivarci e il viaggio è stato precursore di tutto il resto della giornata: un’autentica sfida.

La mattina siamo partiti e sul Land Cruiser siamo saliti io, Sister Anna la nostra infermiera, il dottor Gianni, sua moglie Valentina, Riccardo, il quale guidava e due dei nostri insostituibili ragazzi del posto: Samson e Wilfred. Superato il ponte sul fiume ed inoltratici nella stretta via sterrata nella fittissima vegetazione abbiamo dovuto lottare assieme al veicolo contro il fango che inghiottiva le ruote e contro numerosi tronchi di alberi caduti lungo il percorso che abbiamo dovuto rimuovere uno per uno oppure tagliare con i machete, operazione nella quale l’abilità dei ragazzi papuani è stata di grande aiuto.

Dopo almeno un’ora di viaggio ecco spuntare dalla foresta e dagli orti di palme le prime casupole, poi la chiesa in lamiera del villaggio di Babiko. Raggiunte queste ci viene incontro Albert, il coordinatore parrocchiale. Questo ci conduce allo spazio riservato alla “clinica” e lì incontriamo Paul, un piccolo e barbuto signore del posto incaricato del coordinamento della clinica.

In roro e in pidgian Paul prende a gridare dentro ad un vecchio megafono in mezzo al villaggio e cosi nonostante la parvente desolazione iniziale il posto si è riempito di gente. I primi a farsi visitare sono stati un certo Obara, un altro coordinatore della clinica, il quale per primo si è fidato a farsi alzare la maglia per lasciare dottor Gianni ascoltare il battito cardiaco con il suo stetoscopio. In seguito le visite sono continuate con altri anziani del posto.

Fin da subito è stata evidente la necessità di un organizzazione migliore, almeno in caso di prossime visite: l’arrivo del medico è parso come mettere una sola caramella in mezzo a centinaia di bambini. Infatti a dozzine e dozzine sono arrivati di corsa per prendersene un pezzo. Indubbiamente tra casi gravi ed urgenti non mancavano persone desiderose soltanto di compiere un piccolo controllo, così come non mancano semplicemente i curiosi di un evento così raro. Samson è stato così disponibile da tradurre per coloro che parlavano solamente il roro oppure il pidgian.

È stato davvero interessante trascorrere un po’ del tempo con i pazienti mentre stavano in attesa, parlare con loro e vedere così tanta gratitudine nei loro occhi. La loro gratitudine si è in più di un’occasione concretizzata portando in dono al dottor Gianni sacchi di cocchi, di banane, di granchi, di frutti del pane, di guava.

La giornata è stata piena di quella che credo essere umanità, un’umanità così viva, reale, originale. Credo che il dottor Gianni, Sister Anna e Samson, che hanno passato ore al caldo cocente, senza fermarsi un momento per mangiare, siano persone che ho stimato incredibilmente e più di ogni altra. Ore di lavoro, di traduzioni, di continua concentrazione in condizioni climatiche dure, senza comodità e i mezzi di un moderno ospedale o anche persino di un qualunque ospedaletto da campo sommariamente allestito: una semplice passata di braccio sulla fronte per asciugare il sudore tra un paziente e l’altro. E che pazienti! Se alcuni casi erano effettivamente dei puri controlli altri assumevano nature ben più serie o preoccupanti: dai traumi alle infezioni, da dolori ossei alle credenze spiritiche dei locali.

In ogni caso non siamo nemmeno riusciti a dare una semplice visita a tutti visto il numero di persone. Con la promessa di ritornare di nuovo e di formare dei turni più efficienti dopo quasi un’intera giornata siamo ripartiti per tornare a casa dentro un Land Cruiser che saltava faticosamente nel terreno accidentato soddisfatti della giornata che di certo non è stata sprecata. La scena avrebbe potuto facilmente ricordare lo spot di un servizio umanitario con i suoi medici instancabili e i bambini denutriti. Più difficile è immaginarsi il caldo, le mosche e le emozioni di ogni tipo negli occhi dei villaggiani di Babiko: la gratitudine, la gioia, la sofferenza, la pazienza. Una pubblicità che non dura pochi minuti e alla quale non puoi cambiare canale.

Torna su